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«È la mitomania, bellezza»

Il video del Washington Post trasmesso negli spazi pubblicitari dell’ultimo Super Bowl è un’americanata. D’accordo, andavano incollati gli occhi di una platea ampia di telespettatori e per riuscirci bisognava puntare su un contenuto ben confezionato. È comprensibile. In questo senso la parola “nazione” contenuta nella pubblicità o la bandiera svolgono già di per sé questa funzione, specie in un evento sportivo con il seguito che solo il Bowl riesce a raccogliere in termini di pubblico.

Per completezza va detto che nel video c’è anche una componente di forte discussione nel contesto della dipartita politica tra Bezos e Trump. Quel “Democracy Dies in Darkness” è la summa dello scontro tra i due. Tuttavia l’argomento è un altro: il contenuto del video alias il giornalismo. Da aspirante addetto ai lavori, come per qualsiasi persona «resa libera dalla conoscenza», come recita lo spot, si tratta di un contenuto ubriacato di luoghi comuni a stelle e strisce su cosa (non è) questa professione.

Non sto mettendo in discussione il ruolo degli operatori dell’informazione nel mondo, la loro presenza nella copertura dei fatti, né gli sforzi umani ed economici che compiono ogni giorno. Non polemizzo moralisticamente su quei 5,5 milioni di dollari sborsati dal quotidiano di Jeff Bezos per comparire in televisione perché se hai a disposizione certe cifre è perché ci sai anche fare. Dopo essere passato nelle mani di Bezos, infatti, il Washington Post è diventato un esempio virtuoso di rinnovamento del settore editoriale sia rispetto ai tempi che all’universo amazoniano – che sullo sfruttamento ci basa un impero. Perciò esistono certe cifre se si riescono a produrre certi numeri, anche al netto di risorse illimitate come budget di partenza. In generale, tutelare la professione giornalistica è un guadagnano per tutti.

Non sto parlando di certe dinamiche, dunque, ma di quel modo di interpretare la ricerca della verità nel giornalismo da parte di alcuni americani e del loro modo di parlare di “verità”, un concetto che non esiste come assoluto. Questo approccio edulcora ciò che muove la professione in mitomania assoluta. L’epica holliwoodiana, per esempio, è uno dei vettori principali di questo fenomeno. Non fraintendetemi, sono il primo a riconoscere l’efficacia di alcuni film che hanno permesso di far conoscere al grande pubblico diverse inchieste giornalistiche, da “Tutti gli uomini del presidente” con Redford e Hoffman fino al recente “Il caso Spotlight”. Come risultano altrettanto preziose tutte le raccolte e le antologia degli articoli più importanti pubblicati nell’ultimo secolo sulla stampa americana: lavori magistrali da studiare che sfiorano la letteratura.

Il punto è un altro: finché sei un* giovane con l’idealismo a scandire le tue giornate e le tue prospettive, video del genere fungono da carburante. Ma se non lo sei più ti viene da sorridere perché ti accorgi che, come succede spesso anche in Itali, anche tra gli stessi aspiranti, il passo dall’idealismo alla mitomania, dalla forma al contenuto, dalle buone intenzioni all’attivismo, è breve. E questo non è giornalismo, al massimo è mitomanismo.

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