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Le vie della droga portano in Duomo

Ho pubblicato questo articolo sul numero 7 di “MM”, il quindicinale della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi”. Per leggere tutti gli articoli del magazine cliccate qui. È gratis – ma ripaga gli sforzi di tutti noi

Colonne di San Lorenzo, giovedì universitario. In un chiosco, musica ad alto volume e alcol a pochi euro. Incorniciato in una santella, le luci riflettono il dipinto di un Cristo con lo sguardo rivolto ai passanti.

Sotto i porticati, l’indice e il medio della mano destra di un ragazzo di origine maghrebina sfiorano il dorso dell’altra mano, come a spalmare una crema invisibile. È un segnale per chi è dall’altra parte del marciapiede. Significa che gli servono 20 euro di erba da piazzare. Dopo qualche indicazione in arabo, un secondo ragazzo mette mano in un vaso sul ciglio della strada, nascondiglio di fortuna per piccole quantità di droga. Dallo sguardo sacro del dipinto a quello di una telecamera a circuito chiuso, passano di mano i soldi, quindi la dose. La contrattazione è finita, tra lo scampanellio del tram numero 3 e un nuovo cliente da accontentare.

Il giovane fa parte di un gruppo onnipresente in piazza, una decina di nordafricani per i quali non conta che giorno sia. Ci saranno nel weekend come nei feriali, a occupare il gradino più basso della filiera dello spaccio di droga a Milano. Come loro, in migliaia fanno parte di una rete sviluppata dalle organizzazioni criminali in modo capillare. Una mappa di vizio e affare che frutta alle mafie profitti enormi grazie al traffico di stupefacenti tra cui marijuana e hashish, sostanze tra le più consumate e “accettate”.

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Le colonne di San Lorenzo, una delle piazza di spaccio milanesi che non chiude mai

Milano è al centro del narcotraffico europeo e lo spaccio delle due sostanze rappresenta una fetta consistente degli affari, secondo solo a cocaina ed eroina. I fatti di cronaca confermano la centralità della marijuana nel consumo e nel contrasto al narcotraffico; dall’arresto di una donna gambese, considerata a capo di un gruppo di connazionali che controllavano lo spaccio nella stazione Centrale, fino ai sequestri nelle scuole lombarde. Secondo la relazione del 2017 pubblicata dalla direzione centrale antidroga, la marijuana e l’hashish sequestrati in Lombardia compongono insieme il 17,4 per cento del livello nazionale. Dal Viminale, in particolare, emerge un dato significativo: l’aumento della quantità sequestrata. Nel 2017 c’è stato un incremento del 330 per cento rispetto all’anno precedente. L’andamento su base decennale, inoltre, evidenzia i grossi quantitativi che circolano nelle strade milanesi: 4,5 tonnellate sequestrate, 16 volte la cifra del 2008 (278 chilogrammi).

Dietro ai numeri c’è un sistema che nutre uno Stato parallelo i cui profitti sono difficili da quantificare. Stando allo studio dell’organizzazione israeliana Seed, che monitora il prezzo della marijuana nel mondo, a Milano un grammo costa 8,85 euro. Tuttavia, la sostanza in strada viene più del doppio. Da Porta Ticinese a piazza Leonardo, dove ha sede il Politecnico di Milano, la media per grammo è 20 euro, con picchi di 25-30 se si tra ta di qualità con concentrazione più alte di Thc. Perché? Secondo fonti investigative i prezzi «li fa la piazza e soprattutto quanti soldi ci sono nelle tasche di chi compra». Le dinamiche che gonfiano i costi, in un sistema dove è l’accordo criminale a suggellare gli affari, «sono legate alla logistica delle rotte internazionali dove tutto ha un prezzo. La gestione del traffico di marijuana è complicata da fattori logistici: per l’erba serve spazio, è voluminosa e i grossi magazzini fuori dalle aree industriali, da Bruzzano a Quarto Oggiaro fino a Baggio e la Barona, sono cruciali. L’odore è un altro problema per cui molta marijuana viene trattata con sostanze chimiche. Gli albanesi coprono l’odore dell’erba con lacche spruzzate allo scopo di migliorarne anche l’aspetto e il colore. In molti casi le sostanze rintracciate sui campioni di erba analizzati non sono riconosciute nelle liste di laboratorio».

Secondo le ricostruzioni dei flussi calcati dagli investigatori, il trattamento della marijuana ha aumentato il giro d’affari del fai-da-te perché «basato su un rapporto fiduciario con chi produce, di solito in piccole quantità e senza bagnare lo stupefacente». La variazione dei prezzi risiede anche nel trasporto della sostanza dalle aree di coltivazione a quelle di vendita. Le rotte principali verso Milano sono l’Albania per la marijuana e il Marocco per l’hashish. La rotta maghrebina fa arrivare via Gibilterra e Spagna hashish e oppiacei in Europa. I corrieri utilizzano sia piccole imbarcazioni che navi commerciali, i cui container arrivano ogni giorno nei porti di Genova, Gioia Tauro e Trieste.

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Klement Balili, il “Pablo Escobar” albanese

Coltivare in Albania costa meno: la tratta Tirana-Milano vale milioni di euro per cosche calabresi e cupole albanesi. Non è un caso che il “Pablo Escobar dei Balcani”, Klement Balili, consegnatosi lo scorso gennaio alle autorità balcaniche in quanto presunto reggente di uno dei gruppi shqiptar al centro del narcotraffico, sia stato avvistato più volte a Milano per puntate di shopping in Galleria tra un affare e l’altro. «Le organizzazioni albanesi utilizzano il canale di Otranto per far arrivare pacchi impermeabili sulle coste pugliesi. Una volta scaricate, le partite vengono poste nei furgoni e traspor- tate verso Milano. In passato, con il traffico di sigarette, lo scambio dei pacchi dai furgoni alle “veloci” (automobili più rapide negli spostamenti, ndr) permetteva di individuare e sequestrare i carichi. Oggi, invece, i furgoni non si fermano, arrivano a destinazione rendendo complesso intercettarli».

L’aumento finale dei prezzi va calco- lato contando le fasi successive. «Pagato chi ha organizzato il viaggio e scaricato dall’Albania, va saldato chi trasporta, il grossista e quindi lo spacciatore». Secondo gli investigatori, questo sistema rende la piazza “aperta” e in un certo senso «tutti mangiano, specie sullo spaccio di cocaina. In ogni caso il sistema è gestito dalla ‘ndrangheta, che negli anni si è consolidata a Milano, controllando l’intera rete di traffico». Così nella filiera della marijuana milanese si incrociano sfruttatori e sfruttati. Due categorie distanti che non si conoscono, ma che sono legate da un rapporto criminale. Dove ci sono persone come A., 21 anni, muscoloso con sguardo incosciente. In Italia da un anno, vende cianfrusaglie in zona Città Studi dopo l’arrivo dal Senegal e il passaggio dalla Francia. «Sono venuto con l’aereo», tiene a sottolineare. In attesa dei documenti, su richiesta, rimedia qualche extra con lo spaccio di hashish. «Me lo porta un africano, la prende da un italiano che gestisce tutto e d’estate ci fa andare a lavorare sulle spiagge adriatiche. Così mi assicuro l’affitto durante i mesi estivi, quando Milano è vuota». A. prende la metà da ogni dose di hashish venduta, rimanendo in un gruppo di cavallini ai comandi del capopiazza. «Ho provato a fare il lottatore di laamb (la lotta tradi- zionale senegalese, ndr) ma i miei genitori me l’hanno vietato per- ché pericoloso». Spacciare sarebbe da meno? «Vorrei andare a lavorare. Ce la farò».

 

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