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Arresti e omicidi nella Napoli delle nuove faide

Articolo pubblicato su “La Sestina”, la testata online della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi”

Un arsenale, chili di stupefacenti e un distintivo falso della Guardia di Finanza. È quanto ritrovato dai Carabinieri di Napoli nella roccaforte del clan Sequino nel Rione Sanità, dove all’alba i militari hanno eseguito un blitz arrestando 30 persone ritenute affiliate alla famiglia. Durante le indagini, i militari hanno colto in flagranza di reato quattro persone, a cui sono stati sequestrati 1,3 chilogrammi di cocaina proveniente dal comune calabrese di San Luca. Gli indagati sono accusati a vario titolo di associazione di stampo mafioso, estorsione, porto abusivo di armi e spaccio di stupefacenti. I reati sono aggravati da finalità e metodo mafiosi.

“Mesate” e scommesse a debito –  Gli investigatori hanno ricostruito l’attività criminale del clan nel centro storico della città. E’ stato portato alla luce il meccanismo d’uso della “cassa comune”, che serviva a pagare le cosiddette “mesate”,  i soldi che i boss corrispondevano alle famiglie degli affiliati detenuti. Scoperto anche il sistema del pizzo ai centri scommesse. I membri dei Sequino piazzavano giocate su eventi sportivi senza pagare le quote, salvo poi incassare le eventuali vincite. Nel fortino sono stati trovati anche un kalashnikov, cinque pistole, una mitragliatrice e tre fucili, oltre a 630 grammi di marijuana.

Colpiti anche i Vastarella – Nelle stesse ore, la Squadra Mobile della Polizia di Napoli ha colpito duramente anche la famiglia rivale dei Vastarella. A Guidonia, a sud est di Roma, è stato arrestato un membro di spicco del clan, già latitante, dopo una fuga rocambolesca. Inoltre sono state notificate due misure cautelari ad Antonio e Patrizio Vastarella, già agli arresti in carcere per il tentato omicidio ai danni di Giovanni Sequino.

 

La scia di sangue – L’operazione arriva in un momento di forte tensione tra i clan.  Solo nell’ultimo fine settimana nell’hinterland napoletano è stato insanguinato da due omicidi. Il primo sabato sera, a Mugnano, quando tra la folla è stato assassinato con un colpo di arma di fuoco alla nuca Giovanni Pianese, 63 anni, venditore ambulante occasionale nel mercato del pesce locale. Secondo gli inquirenti, l’uomo sarebbe stato ucciso per una vendetta trasversale nei confronti di suo figlio Saverio, vicino ai clan di Secondigliano e Scampia. La matrice della vendetta sembra essere anche al centro del secondo omicidio, avvenuto ad Acerra domenica 17 febbraio. Attorno alle 10, due uomini a bordo di uno scooter di grossa cilindrata hanno teso un agguato a Vincenzo Mariniello, 46 anni, capo clan dell’omonimo gruppo criminale. Dietro l’agguato ci sarebbe un regolamento di conti dovuto ai debiti contratti dal boss con alcuni clan locali. L’uomo è stato crivellato a colpi di arma da fuoco nel cortile della sua abitazione mentre cercava rifugio. Aveva ereditato la posizione nella cosca dal padre Gennaro, anche lui assassinato il 23 marzo del 2000 dai rivali De Sena-Di Fiore.

Faide e tradimenti –  All’epoca le due famiglie assoldarono un cecchino per poter uccidere Gennaro. Fu colpito a distanza, mentre era sul balcone di casa. La vendetta arrivò 6 anni dopo, quando suo fratello Antonio assassinò l’esponente del clan De Falco, Ciro. «Gesù ti consegna l’assassino di tuo fratello e tu che fai, non gli spari?», disse in un’intercettazione telefonica. Gli arresti di questa mattina non sono circoscritti al solo Rione Sanità, ma investono tutto il territorio napoletano.

Sempre sabato, infatti, è stato arrestato alle porte di Capodichino Ciro Rinaldi, 55 anni, detto «o’ Maùè», accusato di essere il mandante del raid avvenuto nel 2016 a Ponticelli che costò la vita al boss 24enne dei “barbudos”, Raffaele Cepparulo, e al 19enne Ciro Colonna, vittima bianca di camorra rimasto ucciso nell’agguato. La soffiata sulle informazioni utili alla posizione di Rinaldi sono arrivate da Anna De Luca Bossa, considerata fondatrice del primo clan gestito da sole donne, le “Pazzignane”, nome derivato dal rione Pazzigno dal quale provengono le affiliate.

La risposta del Sindaco – «Voglio congratularmi con i Carabinieri del Comando Provinciale di Napoli e con la magistratura napoletana per l’esecuzione delle ordinanze di custodia cautelare per fatti gravi di camorra eseguite questa mattina nel quartiere Sanità – ha affermato il sindaco di Napoli Luigi de Magistris – .Grazie a queste attività la Sanità sarà progressivamente liberata dai tentativi del crimine di rallentare la rinascita di un quartiere dove la sua gente ha già scelto per la bellezza, lo sviluppo, la cultura e l’umanità».

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La citazione più condivisa nel Darwin Day non è di Darwin

Oggi è il Darwin Day,  la giornata che celebra la nascita del naturalista britannico Charles Darwin. Come accade sempre in occasioni simili, le celebrazioni su internet impazzano prendendo il sopravvento su alcune cose importanti come, per esempio: controllare ciò che si pubblica.

Che sia per mancanza di zelo o per eccesso di entusiasmo, una delle citazioni più condivise sui social network per il Darwin Day non è stata mai profilata né scritta dal padre dell’evoluzionismo. Parlo di questa citazione qui, ripresa su Twitter da molti account. In questo caso – niente di personale – da Radio2:

Stando allo storico della scienza dell’Università di Cambridge John van Wyhe, però, la frase in questione è contenuta in un libro di formazione manageriale e non nell’Origine della specie, il libro che Darwin pubblicò dopo oltre venti anni di studio nel 1859. Certo, la frase racchiude superficialmente il senso del concetto darwiniano sull’adattamento delle specie, ma il padre dell’evoluzionismo non l’ha mai scritta.

Ora, non è finito il mondo né l’evoluzionismo è crollato come in molti desiderano. Questo post è un atto di amore verso un personaggio che ha aperto le menti con la sua intelligenza. Non si tratta neppure di una puntigliosa precisazione, ma solo di un’osservazione che offre un assaggio rispetto ai tempi che viviamo e al modo di diffondere informazioni.

Questo post, inoltre, è privo di qualsiasi superiorità: non sono uno scienziato né uno storico della scienza. Ma avendo studiato Darwin all’università in un corso di Storia del pensiero scientifico – con un enorme ritorno formativo e personale – una delle lezioni più belle è stata quella di capire l’importanza di condividere con curiosità ciò che si nota. Era un approccio valido nelle difficili e creazioniste stanze del sapere vittoriano in cui Darwin muoveva le sue teorie e lo è oggi in una realtà ricca di potenzialità ma che non ha meno bisogno di precisione e curiosità.

Come lo stesso Darwin ha insegnato a fare, dopotutto, condividendo i suoi scritti con colleghi, forse un post simile  è un buon modo per rendere giustizia a una delle menti più grandi che l’umanità abbia mai avuto. Perciò, una verifica prima di condividere non fa mai male, anche in virtù del metodo scientifico che fa della verificabilità uno dei suoi principi. Perché altrimenti postare cose contro i ciarlatani e l’anti-scienza imperante non ha senso. Facciamo così e pure l’anima del povero Charles sarà contenta.

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La mossa difficile di Milano per assicurare il reddito di cittadinanza ai senzatetto

Articolo pubblicato su “La Sestina”, la testata online della Scuola di giornalismo “Walter Tobagi” 

La buona intenzione c’è, ma i problemi non mancano. L’iniziativa del Comune di Milano di utilizzare la residenza fittizia per garantire il reddito di cittadinanza ai senzatetto potrebbe andare incontro a una serie di criticità. Da Palazzo Marino riconoscono che la gestione delle richieste delle persone senza fissa dimora potrebbe appesantire il lavoro degli uffici comunali a causa delle criticità legate alla residenza dei richiedenti, al controllo fiscale e alle mancate direttive ricevute dal ministero del Lavoro e dello Sviluppo economico riguardo gli impieghi collettivi previsti dalla norma.

La residenza fittizia – Per far fronte al problema, il Comune ha previsto l’utilizzo della residenza fittizia come strumento utile a garantire il reddito di cittadinanza anche ai senza dimora aventi diritto. La residenza fittizia è in vigore da anni ed è sfruttata dai comuni per garantire alle persone senza un luogo fisso di avere un indirizzo di residenza dove poter ricevere documenti, posta ed essere rintracciate. Tuttavia, soltanto 200 comuni italiani su 8mila sfruttano questo istituto. Per ampliare le possibilità degli aventi diritto a presentare la domanda, il Comune aprirà entro fine febbraio 4 nuovi centri dove i senzatetto richiedenti potranno dialogare con il municipio e gestire le carte.

Le criticità su Milano – In generale, il reddito di cittadinanza presenta le stesse criticità per tutti i richiedenti. I comuni sono coinvolti in una comunicazione assente da parte del ministero, che non ha ancora inviato linee guida su come organizzare gli apparati interni. «Nonostante l’interesse e le domande pervenute, dagli uffici ci hanno fatto sapere che la macchina non è ancora avviata – spiega Martina Carnovale, portavoce dell’assessore alle Politiche Sociali del Comune di Milano Pierfrancesco Majorino – Uno dei dubbi riguarda i progetti utili alla collettività previsti dal decreto, quelli che Di Maio ha chiamato volgarmente “lavori socialmente utili”». Tra le misure della legge, infatti, è previsto che i beneficiari del reddito prendano parte a lavori collettivi di diversa natura all’intero di strutture comunali per un totale di 8 ore settimanali. «Chi pagherà l’assicurazione a queste persone che presteranno servizi alla collettività? – si chiede Carnovale – Chi si occuperà dei corsi di formazione utili al loro svolgimento? Nessuno ce lo ha ancora detto». L’altro punto riguarda i controlli per scovare chi godrà in maniera illecita del reddito di cittadinanza. Per risolvere il problema, la legge ha previsto controlli fiscali incrociati svolti dai comuni, che potranno visionare le dichiarazioni Isee dei richiedenti. «Un lavoro enorme per un comune vasto come Milano – continua Carnovale – Oltre alle domande di assegnazione andranno gestiti anche questo tipo di controlli sul territorio. Un lavoro che rischia di appesantire la burocrazia comunale».

Conflitto – Così come tra cittadini italiani e stranieri con residenza stabile, l’assegnazione del sussidio potrebbe aprire una spaccatura anche all’interno della comunità di senzatetto. La legge che ha approvato il reddito di cittadinanza prevede l’assegnazione del sussidio agli stranieri residenti purché in Italia da almeno 10 anni, di cui gli ultimi due continuativi. Per chi non ha una residenza, però, il problema resta dimostrare che il proprio soggiorno rientri nelle richieste avanzate. «Un conflitto creato dalla legge stessa», conclude Carnovale.

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Viktor Orbán, un populista

Budapest, giugno 1989. I gruppi di opposizione all’occupazione sovietica, in accordo con l’ala riformista comunista ungherese, decidono di disseppellire la bara di Imre Nagy, il politico magiaro a capo della fallita rivoluzione del 1956 poi ucciso dai servizi segreti di Mosca. 

C’è un’atmosfera di omaggio a 31 anni da quell’assassinio e un giovane laureato in legge con un passato da calciatore professionista di nome Viktor Orbán supera la folla con i suoi compagni tenendo un discorso contro l’invasione russa in Ungheria. Cinque mesi più tardi il muro di Berlino cadrà e con esso anche l’Unione Sovietica, che inizierà la smobilitizzazione delle truppe dai paesi sotto l’influenza della cortina di ferro. 

Ascesa al potere
Un anno più tardi, nel 1990, quello stesso ragazzo conquisterà il suo primo posto nel parlamento di Budapest, iniziando la sua corsa al potere con un partito populista e conservatore creato a sua immagine e somiglianza, Fidesz.

La sua ascesa è rapida e nel 1998 conquisterà la presidenza ungherese a soli 35 anni diventando il più giovane capo di stato nella storia del paese. Da allora la politica dell’Ungheria è direttamente connessa alla figura di questo avvocato proveniente da Székesfehérvár, città nel cuore dell’Ungheria, nonché capitale del paese epoca medievale, dove ha vissuto con la famiglia sostenuta dal padre controllore tecnico presso le miniere locali. Lo scorso 8 aprile Orbán ha ottenuto il suo quarto mandato, il terzo consecutivo, conquistando il 98 percento dei voti. «Un voto espressione del popolo» chioserà il premier slovacco Peter Pellegrini quando l’Unione Europea denuncia le forti influenze governative sulla campagna elettorale in Ungheria.

Il dato non ha sorpreso gli analisti politici perché in Ungheria, stando alle denunce delle associazioni, come alle manifestazioni auto-organizzate da milioni di cittadini ungheresi, la richiesta di un maggiore spazio al dibattito politico e alla pluralità dei mezzi di informazione creano domande lecite sull’effettiva qualità del consenso ottenuto da Orbán.

Lo scenario politico in Ungheria ha anticipato spesso le caratteristiche delle politiche populiste in Europa. Molti dei paesi centrali, come la Polonia e l’Austria, hanno guardato a Orbán come a un modello da seguire. Le sue politiche interne creano molto imbarazzo a Bruxelles, dove è osteggiato da gran parte dei rappresentanti politici del Vecchio Continente. Specie dopo il dibattito con Angela Merkel sulla costruzione di barriere al confine meridionale con la Croazia e la Serbia, volte a respingere il passaggio dei migranti dal Medio-Oriente, Orbán ha ottenuto da un lato una condanna generale ma dall’altro anche molti consensi tra i suoi estimatori, tra cui figurano Salvini, Le Pen e Trump, che lo ha definito «forte e coraggioso».

Zone d’ombra e repressione 
Il clima politico che si è creato in Ungheria è stato reso possibile attraverso il controllo totale dei mezzi di informazione da parte del governo centrale. Nel 2017 i 18 maggiori quotidiani regionali ungheresi sono stati acquisiti da oligarchi filo-governativi. Che è la stessa categoria imprenditoriale che Orbán aveva messo nel mirino durante gran parte degli anni Novanta, quando in Ungheria gli oligarchi col passato comunista spadroneggiavano nella speculazione legata alla privatizzazione delle aziende. La differenza è che gli attuali, di oligarchi, sono suoi alleati. Dalla caduta dell’Urss la classe dirigente è cambiata e l’attuale corpus industriale non ha pochi rapporti col passato sovietico del paese, così l’Ungheria del boom economico è anche il paese europeo con un tasso di corruzione tra i più alti in Europa.

Le stesse ricchezze della famiglia di Orbán sono al centro di diverse inchieste, come quella avviata nel marzo scorso dall’Ufficio Europeo Anti-Frode dell’Unione Europea. Secondo l’edizione ungherese di Forbes, inoltre, Orbán avrebbe ottenuti ricchezze per circa 750 milioni di dollari, divenendo il secondo uomo più ricco di Ungheria dopo il banchiere Sándor Csányi. Vaste zone d’ombra collegano lo stesso presidente ungherese in affari milionari nei settori strategici e di sviluppo, che sono curati da suoi parenti e amici imprenditori.

«Paradossalmente la libertà di espressione era maggiormente garantita durante il regime comunista»

Per mantenere la discrezione su scenari così torbidi, Orbán ha usato tutto il potere politico per soffocare l’informazione indipendente in Ungheria. E lo ha fatto al punto che la Commissione nazionale per la regolamentazione radiotelevisiva è divenuta anche nota come  “la commissione incompleta” che, grazie ad alcune modifiche alle leggi fatte da Orbán stesso, oggi è composta da soli esponenti di Fidesz. Il piano di controllo dei mezzi di informazione è, tuttavia, solo una parte dell’espressione del potere politico e dell’opulenza accumulata dal leader di Fedesz in dieci anni. In generale i meccanismi che hanno concesso tali libertà a Orbán funzionano perché è stato capace di annullare l’opposizione proprio attraverso l’isolamento mediatico. 

«Paradossalmente la libertà di espressione era maggiormente garantita durante il regime comunista», mi spiega Claudia Patricolo, una ex-compagna di corso ai tempi dell’università che ora lavora come Deputy Editor per Emerging Europe, un magazine britannico che si occupa esclusivamente di Centro ed Est Europa. «Dopo il 1989 sono nate decine di testate, canali televisivi e radio private ma si tratta di una pluralità solo apparente – continua – I primi ministri che si sono succeduti negli ultimi anni hanno cercato di mettere un freno all’informazione obiettiva, controllando i mass-media attraverso leggi ad hoc e nomine di redattori a loro favorevoli».

Svolgere un’attività giornalistica libera in questo paese è difficile. Alcuni attivisti, osservatori di ONG e cronisti rischiano il posto di lavoro ogni giorno nell’Ungheria di Orbán, che sta realizzando il suo piano di realizzazione di un «governo illiberale», come ha sottolineato lo scorso gennaio tra il plauso dei suoi alleati politici. «Alcuni giornalisti attivi negli anni ’70 – racconta Claudia – mi hanno spiegato la difficoltà nel pubblicare notizie non approvate dal governo. Era difficile, ma non impossibile. Quando ci fu il disastro nucleare a Chernobyl, per esempio, L’Urss vietò di parlarne per non minare l’immagine del regime. Tuttavia molti giornalisti usarono i comunicati stampa delle ambasciate straniere, considerate anche dall’Urss come istituzioni ufficiali, e riuscirono a pubblicare la notizia ugualmente. Un modo si trovava sempre, dopotutto. Oggi, invece, trovare quel modo puo’ farti perdere il posto».

Un poster elettorale di Viktor Orbán in una strada di Budapest, nell’aprile del 2018. Credit: Adam Berry/Getty

“Noi vs. Loro”, un classico moderno
Andare contro Orbán significa prima essere additati come “nemici del popolo” e poi come “amici del sistema”. Questo genere di illazioni, insieme a una efficace speculazione storica perpetrata abilmente da Orbàn, hanno permesso al presidente ungherese di costruire una vera e proprio post-ideologia che è difficile da scalfire attraverso un giornalismo osteggiato e represso: essere inserito nella lista nera degli oppositori significa crollare.

«I pochi canali indipendenti vivono di autocensura – mi spiega Claudia – e chi non lo fa rischia di chiudere. Nel 2016 qui tutti ricordano cosa è accaduto al giornale di sinistra Népszabadság: all’improvviso è stato chiuso e i suoi dipendenti mandati a casa. Per evitare lamentele i proprietari hanno “concesso” altri tre mesi di stipendio, facendo passare il gesto per una gentile concessione del governo centrale quando invece in Ungheria la legge prevede espressamente il pagamento di tre mensilità, equivalenti al nostro sussidio di disoccupazione. Nei casi in cui le proprietà non siano legate al governo – prosegue – il destino dei giornalisti, e di quello che diranno, è nelle mani dei capi redattori. Possono essere fortunati e trovare qualcuno che si batta per loro. Tre anni fa, avevo letto un report su un possibile giro di riciclaggio di denaro mascherato in alcuni conti correnti inesistenti a Malta e a Cipro. Volevo approfondire la questione: mi é stato sconsigliato».

Nonostante il pugno duro di Orbán, molte organizzazioni internazionali e ungheresi, l’altra grande categoria osteggiata dal leader di Fedesz, monitorano l’ambiente democratico del paese. Alla vigilia della tornata elettorale di aprile l’Osce ha espressopreoccupazione per la mancanza di pluralità nel dibattito pubblico ungherese e sull’influenza di questo aspetto sui risultati elettorali.

«Non sono state elezioni obiettive e Fidesz è stato quasi l’unico protagonista, ma non possiamo parlare di irregolarità dal momento che la legge ungherese non prevede dibattiti o spazi definiti per l’opposizione dopo le modificazioni create da Orbán. Se teniamo in conto gli avvenimenti degli ultimi giorni, l’Ungheria ha davanti a sé quattro lunghissimi anni. A meno di 48 ore dalle elezioni, il quotidiano conservatore a maggiore tiratura, Magyar Nemzet, ha chiuso per motivi economici. Guarda caso il proprietario, Lajos Simicska, ex-migliore amico di Orbán, aveva rivolto pesanti accuse al primo ministro. Il giorno dopo, anche il giornale online Budapest Beacon, una delle pochi fonti in lingua inglese, ha chiuso i battenti dichiarando “impossibile continuare a pubblicare oggettivamente in un Paese senza pluralità dei media”».

Il nazionalismo sembra essere uno degli aspetti più interessanti nella costruzione politica di Orbán, perché è riuscito a colmare l’aspettativa (post)ideologica di un territorio in cui, storicamente, ha sempre aleggiato l’invasione

La stessa campagna elettorale ungherese di Orbán è stata caratterizzata, come nelle precedenti, da tre pilastri tipici dello schema di una forza populista di destra: la xenofobia, l’euroscetticismo e il nazionalismo. Tutti i punti sono stati abilmente promossi attraverso i canali di informazioni controllati in modo capillare. Sul primo punto Orbán ha più volte ribadito nel corso dell’ultima campagna elettorale la propria linea intransigente sull’immigrazione. Sull’Unione Europea si è più volte espresso con espressioni molto forti: «L’Ue è come l’Unione Sovietica», per esempio. Il nazionalismo, però, sembra essere uno degli aspetti più interessanti nella costruzione politica di Orbán, perché è riuscito, ricorrendo anche a suggestive immagini storiche, a colmare l’aspettativa (post)ideologica di un territorio in cui, storicamente, ha sempre aleggiato l’invasione dapprima mongola, poi ottomana e recentemente sovietica. 

Una folla radunata a Budapest attende l’intervento di Viktor Orbán in occasione delle celebrazioni per i moti del 1848, marzo 2012. Akos Stiller/Bloomberg/Getty

Un esempio del nuovo nazionalismo magiaro costruito da Orbán è il racconto di Geza Gardonyi “L’Eclisse della Luna Crescente”. Questa novella è conosciuta da ogni ungherese alfabetizzato, poiché letta nelle scuole da generazioni, ed è basata su fatti realmente avvenuti nel 1552, quando il capitano Istvan Dopo, insieme al suo reggimento, dovette resistere all’assedio turco al castello di Eger, nel nord del paese, durante la campagna militare degli Ottomani per entrare in Europa. L’eroe principale del racconto è l’esperto di polveri esplosive Gergely Bornemissza che impedisce la conquista di Eger, di fatto l’unico castello ungherese a resistere al dominio ottomano.

Nel settembre del 2015 durante una visita al monastero di Banz, in Bavaria, Orbán ha citato il racconto dichiarandosi «pronto a proteggere l’Ungheria dall’invasione musulmana in Europa». «La campagna mediatica di Orbán è stata basata sull’odio e la paura – dichiara Claudia – Non a caso Fidesz ha ottenuto la maggioranza dei voti nelle campagne e tra gli elettori di età superiore ai 60 anni. Considerata la scarsa voce in capitolo dell’opposizione, questi risultati erano prevedibili. Immaginiamo una coppia anziana di provincia bombardata dalle uniche notizie a cui ha accesso: tutto il giorno si sentono dire che George Soros è in combutta per fare arrivare in Europa oltre un milione di persone  di religione musulmani con cattive intenzioni. Non dobbiamo stupirci se oltre 2 milioni di ungheresi hanno scelto Orbán e il clima di sicurezza e pace che Fidesz promuove». Proprio il miliardario di origine ungherese George Soros è l’altro grande nemico di Viktor Orbán, quasi un’ossessione. L’ottobre seguente a quel famoso discorso anti-Cremlino tenuto a pochi metri dalla tomba di Nagy, Orbán studiò al Pembroke College dell’Università di Oxford proprio grazie a una borsa di studio pagata dalla Open Society Foundation di Soros. Ora lo speculatore di borsa naturalizzato americano è diventato il nemico numero uno di Orbán, che viene criticato per i rapporti stilati dalle stesse  Ong  che gestisce. A distanza di anni il rapporto di Orbán con il magnate magiaro è quindi radicalmente cambiato al punto che lo stesso Soros ha lamentato di essere stato messo al centro della campagna elettorale di Orbán «perché ebreo».

In molti temono che Orbán possa modificare la costituzione ulteriormente, togliendo questo diritto al popolo per darlo direttamente al parlamento.

In questa situazione il futuro politico dell’Ungheria è destinato a peggiorare rispetto alle funzione democratiche applicabili nel paese e tra poco meno di tre anni il prossimo appuntamento elettorale potrebbe presentare scenari invariati sia sul piano politico che mediatico.

«Nel 2019 si terranno le elezioni municipali – dichiara Claudia – Oggi sono i cittadini che eleggono i sindaci dei vari distretti di Budapest e, se i dati dovessero rimanere invariati, la sinistra avrebbe la maggioranza. In molti temono che Orbán possa modificare la costituzione ulteriormente, togliendo questo diritto al popolo per darlo direttamente al parlamento. E potrebbe farlo, dal momento che può contare su una maggioranza composta dai due terzi del parlamento. Anche la libertà di stampa – continua – non sembra avere un futuro roseo. L’Unione Europea ha accusato molte volte l’Ungheria di non essere un Paese democratico e di voler imbavagliare la stampa, ma ciò non si tradurrà in nessuna azione concreta visto che servirebbe il voto unanime di tutti i Paesi membri e alcuni Stati, come la Polonia, stanno intraprendendo lo stesso cammino di Orbán e giurano di proteggerlo da eventuali decisioni di Bruxelles. Come durante il comunismo, le uniche voci che sopravvivono sono quelle estere i cui spazi dedicati all’Ungheria, però, sono ristretti».