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Tobagismi

Nobukazu Kuriki, oltre la vetta

La Valle del Silenzio si trova nel percorso occidentale dell’Everest. La struttura topografica della vallata impedisce al vento di toccare le pareti e quindi di creare rumori. Nessun suono: solo ghiaccio e roccia.

Lo scalatore e alpinista giapponese Nobukazu Kuriki quella vallata l’ha attraversata più volte. Sul Chomolungmal, come viene chiamata la vetta più alta del mondo dai nepalesi, Kuriki ha cercato la gloria più volte – fallendo sempre.

Nel 2015 il Nepal è stato stravolto da un sisma che uccise 9mila persone. Tutto il movimento alpinista restò confuso davanti la prospettiva di nuove scosse. Molti appassionati e professionisti abbandonarono i campi base e ogni progetto di scalata nel breve periodo. In un periodo piuttosto osteggiato come l’inverno himalayano, Kuriki, invece, decise di tentare lo stesso insieme a un gruppo di guide sherpa. «Lo faccio anche per queste persone così che tutti sappiano che si può tornare su questi percorsi», disse.

In quella scalata Kuriki fu bloccato dalle condizioni atmosferiche proibitive. Ma la sua impresa fu altrettanto importante e utile a far tornare l’Himalaya un posto frequentato dagli amanti della montagna estrema. Un fatto importante anche per lo stesso Nepal, che vede nel turismo alpino il 4% del Pil.

Kuriki organizzò la spedizione senza bombole di ossigeno, privato di nove dita perse a causa dell’ibernazione cui andò incontro nella scalata precedente, e armato di macchina fotografica e videocamera. «Posso comunque trasportare e usare la mia attrezzatura», rassicurò prima di partire.

Kuriki provò per otto volte a scalare l’Everest, fallendo sempre. La maggior parte delle persone penseranno che c’è qualcosa di folle nelle sue fatiche, ma forse Kuriki è un esempio della perseveranza umana. Lo stesso New York Times lo ha inserito nella lista delle persone “che hanno vissuto” per il 2018. Ed è per questo motivo che, essendomene occupato nel 2015 con un articolo scritto male, sono rimasto colpito dalla sua scomparsa una volta letto l’articolo del quotidiano americano. Alla fine è morto sulla sua montagna.

Di lui rimangono le foto, i libri e i video che lo hanno reso anche un personaggio pubblico. Attraverso i racconti in streaming delle sue imprese, Kuriki ha cambiato un pò la visione dell’impresa alpinista e rendendola un gesto collettivo. Inoltre, ha attirato donatori e partnership con diversi network ed entità che hanno finanziato le sue imprese e i suoi progetti per la tutela dell’ambiente nepalese.

Nato a Hokkaido, Kuriki si è avvicinato alla montagna dopo la laurea in Sociologia all’Università Internazionale di Sapporo. In nove anni ha scalato tutte le vette più alte del mondo. A eccezione proprio dell’Everest, la sua grande sfida dove ha incontrato un altro silenzio: quello della morte.

Nel maggio scorso, infatti, arrivato al Camp Three – a 7470 metri di altitudine – l’alpinista ha avuto un malore e ha chiamato aiuto. I soccorsi giungeranno tardi: Kuriki morirà il 21 maggio 2018 a 35 anni sulla facciata sud-est dell’unica vetta che non è riuscito a scalare. Dopo qualche giorno, il suo corpo fu recuperato in un crepaccio a cento metri dal luogo della chiamata con segni evidenti di caduta. L’ultimo post: «Spero di far salire il mio spirito con tutti voi».